Nulla si distrugge… o quasi

 

La lunghissima discussione attorno al pacchetto legislativo sull’economia circolare, per chi ne è parte, comincia a diventare stucchevole. Eterne battaglie sugli obiettivi di riciclo, estenuanti discussioni sulla coesistenza di ambiziosi obiettivi di recupero e altrettanto ambiziosi piani di phase out delle sostanze pericolose stanno mettendo a dura prova anche i più volenterosi.

Quando però volgi lo sguardo alle esperienze pratiche di chi prova ad applicare queste tendenze al mondo che conosciamo, al nostro modo di vivere, di produrre, di usare o consumare, e di morire, ti rendi conto che ormai la logica della riduzione degli sprechi, del “design out waste” sta davvero invadendo qualsiasi settore della nostra vita.

Ed è quindi con stupore ma anche con ammirazione che, dopo i cofani di cartone, ormai da anni sul mercato, presentati come una alternativa ecologica ed economica, pochi giorni fa ho saputo di un’altra frontiera nella gestione del fine vita degli umani, una alternativa alla sepoltura e alla cremazione che a prima vista lascia un po’ interdetti. La dissoluzione.

La proposta, che comporta un dispendio certamente minore di energia e di risorse, è la dissoluzione delle salme in una soluzione alcalina. Al di là delle leggende a cui il pensiero corre sentendo raccontare questa possibilità, penso davvero che se una opzione come questa, accompagnata da una campagna che informa sullo spreco di suolo, cemento e legno che comporta la sepoltura tradizionale, e di energia che comporta la cremazione, riesce, come sembra, ad avere successo anche in mancanza di un incentivo economico (viene offerta allo stesso prezzo della cremazione) allora forse davvero dobbiamo prepararci a un mondo pieno di novità, dove tutto viene messo in discussione e dove il problema di  inserire gli insetti nella nostra dieta, per dire, sarà solo uno dei cambiamenti, certamente non il più grosso.

 

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